Giochi e Sport – Bambini e Papà

giochi e sport papà

I padri italiani giocano poco con i loro figli, in media quindici minuti al giorno.  La televisione finisce, in molti casi, per sostituire il gioco vero e proprio: il 48 per cento dei bambini passa infatti davanti alla tv il tempo trascorso con il papà. In tutta Europa comunque ci troviamo di fronte al dilagare delle nuove tecnologie che rischiano di inquinare il valore stesso del gioco con i figli.

I bambini infatti distribuiscono il loro tempo tra console, computer e cellulari, riducendo drasticamente lo spazio dedicato ai più stimolanti e creativi giochi tradizionali (De Matteis, 2002).

Nel gioco con i bambini è importante tenere a freno lo spirito di competizione. Ciò non significa che i padri debbano essere compiacenti e fare sempre la parte dei perdenti, basta che qualche volta lascino vincere i figli e che propongano una gamma più ampia di giochi, per evitare loro frustrazione e noia. Insomma, accanto ai giochi dove c’è chi vince e chi perde (carte, videogiochi, gare sportive, prove di forza e di resistenza) è bene praticare anche quelli così detti di ruolo, quelli in cui, ad esempio, il bambino fa il cameriere ed i genitori i clienti. Certo la competizione non è sempre negativa. I genitori sostengono di giocare tutti i giorni con i figli, ma la stragrande maggioranza dei bambini dichiarano che ciò accade in media solo una volta a settimana e talvolta meno. I bambini dicono anche di non giocare con i genitori perché padri e madri sono troppo occupati, o troppo stanchi, o troppo autoritari e comunque meno divertenti dei loro amici (De Matteis, 2004).

Molti piccoli praticanti abbandonano presto l’attività fisica: fra le cause, l’atteggiamento dei genitori. Mamme ma soprattutto papà (la figura in genere preposta “all’educazione sportiva” all’interno della famiglia) sembrano essere la prima causa di abbandono dell’attività da parte dei figli. Sono soprattutto i padri che, spesso per un senso di rivalsa personale, esercitano una pressione esagerata sulle prestazioni dei propri figli, i quali, schiacciati dalle troppe attese nei loro confronti, preferiscono rinunciare.

Bisognerebbe al contrario evitare nel modo più assoluto di rimproverare per scarso impegno o per mancati risultati i giovanissimi praticanti, in quanto la loro è l’età dell’apprendimento e non dell’agonismo. Far passare il messaggio che non si possa sbagliare, fa nascere nella mente dei piccoli sportivi un forte senso di disagio e di inadeguatezza, trasformando man mano l’attività fisica in una sorta di incubo da cui fuggire (Chicarella, 2001).

Massi (2006) dice che nel rapporto con le attività  sportive dei figli, aspettative eccessive, rimproveri e nervosismo dei genitori spingono i ragazzi ad abbondare l’attività sportiva. Psicologi ed allenatori non hanno dubbi: dietro l’abbandono di una attività sportiva da parte di un bambino o di un adolescente c’è spesso un padre (ma qualche volta anche una madre) carico di aspettative, di rimproveri, di ansia. Troppo spesso il mondo degli adulti trasforma quello che per i bambini deve essere ancora un gioco in una competizione nella quale risultati ed agonismo finiscono per contare più della formazione e del divertimento. La conseguenza inevitabile è spesso l’abbandono dello sport da parte dei ragazzi.

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