L’ascolto Psicoanalitico: sensibilità, ascolto ed empatia

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Le parole possono servire sia da barriere che da ponti alla comunicazione; si possono usare per nascondere o per rivelare, possono essere armi, grida di aiuto, strumenti di finzione, mezzi per mettere alla prova una persona, o doni. E’ importante essere consapevoli, quindi, dell’impatto di ciò che avviene al di là delle parole.
In psicoterapia l’ascolto del paziente non è solo ascolto delle sue parole, ma è soprattutto prestare attenzione a cosa può esserci oltre alle parole, in particolare alle sue comunicazioni affettive o inconsce.La sensibilità affettiva ed emotiva del terapeuta svolge un ruolo chiave nel caso in cui il paziente non sia ben in contatto con questa dimensione della sua esperienza.  L’ascolto psicoanalitico  non è un’attività di “smascheramento”, di un ascolto “sospettoso”  alla ricerca di una verità assoluta; il terapeuta, anzi, attiva una modalità di ascolto “rispettoso”,  cerca di cogliere nelle parole del paziente le sfumature dell’inconscio di quel particolare soggetto nella sua autenticità ed unicità.
L’ascolto psicoanalitico non si pone come obiettivo primario l’individuazione dei sintomi e la raccolta di informazioni, si tratta invece di una sintonizzazione coi vissuti interni del paziente anche quelli che egli non è in grado di integrare a livello cosciente. In questo modo l’inconscio del  terapeuta si sintonizza con quello del paziente; ascoltando con empatia il terapeuta sente con il paziente e sente anche quello che il paziente non può sentire. Tramite questo movimento affettivo ed emotivo il paziente può a poco a poco riappropriarsi di frammenti di sè, come scrive Bollas “Per trovare il paziente dobbiamo cercarlo dentro di noi” .
Accanto alla conoscenza delle teorie e della tecnica, lo strumento di lavoro principale in psicoterapia è la capacità di “cogliere” il paziente e poi di trasmettergli le impressioni in modo che sia per lui proficuo. questo si basa principalmente sulle risorse emotive del terapeuta e sul suo intuito. Freud sottolinea la differenza tra un insight intellettivo, cioè conoscere razionalmente qualcosa, ed un insight emotivo: perchè vi sia un cambiamento è necessaria una comprensione più ” viscerale”, non solo cerebrale.
E’ essenziale per i terapeuti saper lavorare con gli affetti, portano una grande quantità di informazioni sul mondo interno del paziente, ma tendono anche ad essere “contagiosi”, inducono molte e complesse reazioni emotive che vanno controllate nella loro espressione per non inondare il paziente con qualcosa che non è suo. Nello stesso tempo gli affetti e le risposte emotive che suscitano nel terapeuta sono tra gli  strumenti più importanti per lavorare in modo efficace.

In psicoterapia saper ascoltare è più importante che parlare; diversamente alle normali conversazioni negli ambiti della vita quotidiana, l’ascolto psicoanalitico si svolge  in un contesto  professionale con precise caratteristiche,  è un’attività meditata, disciplinata ed emotivamente ricettiva, in cui i bisogni di  espressione del terapeuta sono subordinati ai bisogni psicologici del paziente. Si capisce bene, quindi  che non è la stessa cosa che parlare con un amico, che pure può avere effetti benefici, ma in un modo molto diverso. Il fatto che il terapeuta eviti di dare consigli ai suoi pazienti presuppone che li ritenga in grado di trovare da sè le loro risposte, una volta che abbiano imparato a conoscersi meglio. Questa è una grossa differenza rispetto al parlare con amici e familiari, che con ottime intenzioni danno consigli a volte anche molto utili, ma in effetti, così facendo, non favoriscono la persona nel trovare la sua particolare strada.

La posizione di ricettività richiede da parte del terapeuta sia una quota di rilassamento, sia contemporaneamente una grande capacità di concentrazione, ed è faticosa da mantenere per lunghi periodi di tempo.
Gli effetti terapeutici dell’essere ascoltati in questo modo sono molteplici; i pazienti percepiscono di essere in un contesto relazionale particolare, in cui è possibile essere onesti, essere se stessi, possono aprirsi ed esplorare i loro stati interni, anche quelli dolorosi, possono accedere ad esperienze emotive nuove, intense, e piano piano sempre più differenziate. Compito del terapeuta è favorire la libera espressione e quindi la possibilità di lavorare sul proprio Sè; la conoscenza e l’accettazione di sè sono infatti obiettivi importanti del trattamento psicoanalitico.
Una delle convinzioni fondamentali in psicoterapia è che parlare aiuta. E’ una domanda che spesso i pazienti all’inizio si fanno “come può aiutarmi parlarne?”, e invece col procedere del lavoro, a volte anche già subito alla prima seduta, sperimentano che parlare aiuta davvero, soprattutto se si parla di cose che in passato non hanno mai avuto voce. Stati emotivi vaghi e disturbanti  col tempo possono essere identificati, e gradualmente, integrati nella consapevolezza; le parole possono dare forma ed organizzazione al caos.
Lo sforzo comune nell’ascolto empatico è quello di sviluppare una narrazione a due voci che dia un senso all’esperienza soggettiva e ai problemi del paziente.

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