Porsi le Domande giuste – Donne che corrono coi Lupi

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“Donne che corrono coi lupi” è un saggio di psicologia femminile  incentrato sull’archetipo della Donna Selvaggia e le tappe fondamentali nello sviluppo del proprio femminile, quei momenti cruciali e decisivi che tutte viviamo in un modo o nell’altro. Clarissa Pinkola Estés è analista junghiana, studiosa di etnologia, e anche cantadora e utilizza le storie in terapia con le sue pazienti. Il mito o la fiaba  contiene tutte le istruzioni di cui una donna ha bisogno per il suo sviluppo psichico,  attraverso le storie  le donne possono riavvicinarsi  alla loro vera natura, che spesso è schiacciata dalle incombenze quotidiane, dai ruoli sociali, dalle aspettative altrui, mentre il bisogno primario per stare bene con se stesse è poter essere libere, più consapevoli  di sè e più pronte ad affrontare le vicissitudini della vita senza lasciarsene sommergere.  Le storie mettono in moto la vita interiore, e questo è particolarmente importante quando la vita interiore è spaventata o bloccata, “sono medicine, disseminate di istruzioni che ci guidano nelle complessità della vita”. La fiaba rende manifesti i pericoli, indicando al contempo come salvarsi da essi,  le storie sono un’arte curativa, sono medicine, balsamo potente,  attraverso di esse, “maneggiamo energia archetipica” che porta a cambiamenti.La Donna selvaggia appartiene a tutte le donne e “per trovarla ognuna di noi deve tornare alla sua vita istintiva, alla sua più profonda sapienza”. Il termine selvaggio non significa incontrollato, ma si riferisce ad vivere una vita naturale, in cui l’individuo ritrova la sua integrità innata e sani confini. Il mito della Donna Selvaggia  è l’archetipo al centro del  testo, dal punto di vista della psicologia archetipica è l’anima femminile. “La natura selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno”, riunirsi alla natura istintuale non significa  disfarsi, cambiare tutto dal nero al bianco, significa piuttosto il contrario, significa fissare il proprio territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza ed orgoglio nel proprio corpo, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, essere consapevoli e scoprire a cosa si appartiene. L’autrice cerca di far ricordare alle donne chi sono e perchè.

Nella storia di Barbablu  si parla di una forza oscura, il predatore naturale, “nella psiche esiste  anche un aspetto innato contra naturam. La forza contro natura si oppone la positivo: è contro lo sviluppo, l’armonia e il selvaggio”, ben rappresentato appunto dal personaggio di Barbablu. Gli elementi chiave ruotano attorno ad una ingenua fanciulla che non ha compreso i cattivi intenti del suo sposo, nonostante i segnali non ascolta il proprio intuito, si lascia affascinare dai suoi averi, le vengono consegnate le chiavi di tutte le stanze del castello tranne una, dove in realtà l’uomo nasconde tutte le precedenti spose uccise. La fiaba si riferisce più specificamente all’ingenuità della fanciulla che non sa vedere i pericoli, non sa guardare l’oscuro nel suo sposo,  finchè spinta dalla curiosità femminile delle sorelle non decide di guardare nella stanza, aprendo gli occhi e alla fine salvandosi “facendo appello ai propri poteri istintuali, l’introspezione, l’intuito, la resistenza, la sensibilità acuta, la capacità di tendere ai propri fuochi creativi”, come scrive la Estés.

Ma simbolicamente la stanza proibita può rappresentare anche le cose a cui non abbiamo accesso nella nostra psiche e non solo in ambito relazionale, allargando il tema della storia si potrebbe accostare a quello che dentro di noi “scegliamo di non vedere”, soffermandoci più sugli aspetti esteriori, che ci danno un senso di sicurezza e di conosciuto,  finchè non riusciamo a porci le domande giuste,  che ci aprono la stanza della consapevolezza. “Porsi la domanda giusta è l’azione centrale, nelle favole, nell’analisi e nell’individuazione. La domanda chiave  provoca la germinazione della consapevolezza. La domanda debitamente formulata emana sempre da una curiosità essenziale su cosa c’è al di là. Le domande sono le chiavi che fanno spalancare e porte segrete della psiche”.

Così anche nella psicoterapia, nel viaggio di scoperta di sè occorre coraggio, coraggio di chiedere profondamente, di aprire le stanze segrete e capacità di “sopportare quel che si vede”, poichè spesso ci culliamo in un certo torpore ingenuo , un po’ come la protagonista della storia, che però finisce per allontanarci da quello che siamo profondamente, dietro ad un sintomo, dietro ad un velo di malessere che sopportiamo, dietro a dei sogni a cui rinunciamo. La chiave insanguinata della storia ci dice che ci può essere del dolore nel conoscere, ma che quella chiave, se decidiamo di usarla, ci porta ad una crescita, ad una trasformazione, alla conquista di un altro pezzetto del nostro essere, ad una consapevolezza più piena, ad un’altra fetta di libertà conquistata. La storia di Barbablu è, nel pensiero della Estés, importante ed istruttiva per le donne giovani, non solo nel senso di età, ma giovani in  qualche posto della loro mente,  è una storia che parla di ingenuità psichica ma che rompe anche il “non guardare”, quel torpore che a volte diventa una piccola gabbia, “ha il fine di rimettere in moto la vita interiore”.

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